Lunga assenza dal blog, ma continuo a far tesoro di uno dei tanti insegnamenti di mia mamma: se non hai niente di interessante da dire, non parlare. E quindi... Però ho finito questo libro, che mi è piacuto un bel po' e che volevo condividere. Come la maggior parte delle mie letture non tratta un argomento leggero, ma che io abbia "un elevato peso specifico" è noto ai più. Ho letto l'ultima pagina qualche giorno fa, e ho avuto bisogno di un momento per lasciarlo sedimentare, per separarmi dalla storia e dai protagonisti, soprattutto perchè è una storia vera. Magari un po' romanzata, ma vera.
Come tanti, ho visto il servizio su Andrea alle Iene, qualche mese fa. Pare che a metà servizio io fossi a 20 cm dalla tv con gli occhi lucidi e un sorriso da ebete: in effetti, la storia di questo ragazzo e di suo padre mi aveva coinvolto moltissimo, forse perchè mi ricordava in tanti suoi comportamenti un ragazzo che ho conosciuto un annetto fa durante il tirocinio. Insomma, alla fine ho trovato il libro su uno scaffale in un negozio e mi sono decisa a comprarlo. La trama è sostanzialmente il racconto di un viaggio attraverso l'America di un padre col figlio diciottenne, a cui all'età di 3 anni è stato diagnosticato l'autismo. La parte interessante, però, credo che siano più che altro i dettagli, i frammenti di vita quotidiana che emergono dalle varie vicende e il rapporto tra Andrea e suo padre.
Di questa patologia non si sa granchè, io per prima ne so davvero poco. Quel che ho potuto capire, più che altro dalla conoscenza diretta di alcune persone con questa caratteristica, è che il termine esatto, ovvero "spettro dell'autismo", è perfettamente calzante: la varietà di sintomi e di manifestazioni esteriori è davvero grande, tant'è che alcuni comportamenti di Andrea mi ricordano quelli di un ragazzo psicotico più che quelli a cui siamo abituati a pensare. Temo che il film Rain Man abbia una parte di responsabilità, in questo: sentendo la parola autistico la maggior parte di noi pensa in automatico a Dustin Hoffman e alla scena degli stuzzicadenti nel bar. Ecco, non è esattamente così, o meglio, non è così per tutti. All'interno dello spettro autistico rientrano una gran quantità di fattori, tanto che -a voler esagerare- si potrebbe dire che ne facciamo parte un po' tutti, in qualche modo; anche per questo formulare una diagnosi non è mai facile.
La cosa che mi ha colpito di più, comunque, della storia di Andrea sono stati tutti gli interrogativi messi sul tavolo dal padre, Franco. Interrogativi che tendiamo spesso a non porci, concentrandoci sul cercare una diagnosi prima e una cura poi, ma che sono in realtà di estrema importanza.
La sessualità, le manifestazioni di affetto: molti medici hanno detto a Franco che suo figlio, come la maggior parte dei soggetti affetti da autismo, non proverà grande interesse per questa sfera. In realtà, per Andrea non è esattamente così: lo esterna a modo suo, ma l'interesse c'è, cosicchè il padre si trova a dover affrontare un argomento delicato a prescindere, cercando di trovare le parole e i gesti adatti. Perchè, giustamente, ignorare la questione sarebbe inutile se non dannoso.
L'altra grande questione che mi ha turbato è stato l'enorme punto interrogativo sul futuro. Franco si domanda cosa succederà quando lui e la mamma di Andrea non ci saranno più, o non saranno comunque più in grado di stargli dietro. Nell'esperienza che ho avuto con i vari tipi di disabilità, questo è sicuramente il comune denominatore: la paura che prende quando si comincia a immaginare quali prospettive ci possono essere per una persona che dipende interamente da noi, e che non ha prospettive di miglioramento, deve essere davvero profonda. E soluzioni facili, come sempre in questi casi, non ce ne sono.
Questo libro non dà risposte, più che altro a me ha fatto sorgere ancora nuove domande. Ma credo che sia la caratteristica che lo distingue da una favola. Andrea e Franco continuano la loro vita, con i loro rituali e i loro momenti duri: Andrea continua a ridurre in pezzetti microscopici i fogli di carta, quando è nervoso e non si sente a suo agio, e a toccare le pance agli sconosciuti incontrati per caso. Ma ti fa anche capire che oltre la difficoltà di comunicare in modo canonico, c'è un mondo da scoprire, se ci si prova.
"Provo ad impegnare mia mente ogni giorno ma lotto invano mi dispero per mio autismo
Aiuto chiedo"
"Sono un uomo imprigionato nei pensieri di libertà.
Andrea vuole guarire.
Ciao"
"Bisogna tenere duro, tenere duro comunque, con le unghie e con i denti". (D. Pennac)
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venerdì 6 luglio 2012
sabato 24 marzo 2012
L'ostinazione a guardare la tv (e tutte le perplessità che seguono)
L'altra sera, come succede sempre più di frequente, facendo un giro dei canali sono arrivata alla conclusione che l'unica cosa che meritava, in tv, era "Le Iene". Tralasciando i siparietti dei presentatori (decisamente trascurabili), devo dire che i servizi che mandano in onda valgono spesso la pena. Uno di questi, particolarmente crudo, riguardava la scoperta di un signore 70enne che adescava ragazzine con sigarette e ricariche telefoniche in cambio, usando un eufemismo, di effusioni e tenerezze. Alla fine, messo all'angolo dall'inviata/finta quindicenne (e a lei va, peraltro, la mia ammirazione per il sangue freddo), ha accettato di farsi accompagnare al centro di igiene mentale più vicino e parlare con qualcuno. Magari -anzi, il mio pessimismo dice probabilmente- non ci tornerà più e il suo gesto è stato dovuto solo alle telecamere, ma non si sa mai. Almeno un primo passo è stato fatto. Ora, vedendo questo servizio, ho cominciato a ragionare su tante cose. La prima è stata il chiedermi che educazione possono aver ricevuto delle ragazzine che a quattordici, quindici anni accettano di avere a che fare con un personaggio chiaramente disturbato (le telefonate mandate in onda riportavano delle frasi di quest'uomo che, se pensiamo che erano dirette a una quindicenne, sono da pelle d'oca) in cambio di 10 euro, di una ricarica o di un pacchetto di sigarette. Sappiamo benissimo tutti che quella è l'età in cui si smette di dare ascolto ai genitori, in cui quello che dicono loro è a prescindere un'idiozia, ma pur avendo pensato anche io queste cose, non mi sarei mai sognata di mettermi in situazioni simili. Sinceramente, non saprei dire come mi è stato insegnato che "non si parla con gli sconosciuti", "non si accettano caramelle" e simili, ma non ero mica l'unica a sapere queste cose, da bambina. E allora, che cos'è successo? Non avendo ancora figli vado solo a immaginazione, e non so quanto possa essere realmente difficile educare un bambino. Ma, insomma, questo mi sembra l'ABC, mi sembra che richiami paure ancestrali, soprattutto nella donna, come quella del vedersi portar via il cucciolo. E invece vedo queste ragazzine senza età, vestite come ventenni ma che in faccia sono ancora bambine, che cadono in trappole del genere, e mi viene voglia di andare dai genitori e chieder loro "ma voi dove eravate?".
La seconda cosa che mi ha fatto riflettere, invece, riguarda direttamente quello che ci viene propinato dalla televisione. Mercoledì scorso, per esempio, spinta dalla curiosità ho ceduto e ho guardato "Fratello maggiore". Ecco, se Le Iene sono a un estremo, o quasi, sulla linea della qualità dei programmi televisivi, sicuramente questa roba è all'altro. Si era parlato di reality (primo punto a sfavore), di format copiato da altri paesi (secondo punto a sfavore), condotto da un pugile reinventatosi grillo parlante che avrebbe aiutato due famiglie con adolescenti problematici a riportarli sulla retta via. Ancora una volta, non ce l'ho fatta ad arrivare in fondo alla puntata. Quello che ho visto è stato un tale girotondo di frasi fatte (e recitate male, perchè a me sembrava proprio tutto finto...), che anche le tre cose giuste che potevano essere finite per caso dentro i loro discorsi finivano per perdersi. E poi, i lieto fine forzatissimi: il diciottenne che picchia la madre e spacca i mobili in casa in pochi giorni si è trasformato in ragazzo modello che riconosce il nuovo marito della mamma e il fratellino come parte integrante della famiglia. La diciannovenne viziata e semi alcolizzata, il cui unico pensiero è fare la modella, diventa una figlia devota (con tanto di lacrime, of course), e il passo è ovviamente brevissimo. Saranno stati i muscoli del pugile, o le sessioni forzate in palestra a sudare (perchè "con la fatica si tirano fuori tutti i problemi"). Fatto sta che a me il tutto ha lasciato grandemente perplessa. L'anno scorso ho fatto sei mesi di tirocinio in una struttura che accoglie ragazzi con segnalazioni da parte dei servizi sociali, per loro o per le loro famiglie. E posso assicurare che in nessun caso si sono lasciati avvicinare con questa facilità da uno sconosciuto per parlare di sè, dei loro problemi e cambiare modo di fare. La strada da fare è molto, molto più lunga, dolorosa e difficile, fatta di passi avanti e di tanti, tantissimi passi indietro. E ridurre il tutto a una messa in scena così superficiale mi suona sbagliato, oltre che controproducente. Queste situazioni ci sono, e può darsi che siano anche più diffuse di quanto crediamo. Ma portare a credere che il mezzo migliore per risolverle sia rivolgersi alla tv mi dà un quadro abbastanza chiaro della nostra epoca. Provo sulla mia pella la scarsa voglia di investire nei servizi di supporto di questo tipo, così che lavorarci diventa un'impresa disperata. Certo che se poi si pensa che, avendo un problema, la cosa migliore sia parlarne in un programma tv piuttosto che coinvolgere un esperto, anche se non famoso, siamo in un vicolo cieco. Ma io non mi rassegno, e per me la soluzione ai nostri problemi continuerà a non essere in un programma televisivo, che sia Striscia la notizia, Le Iene, o chi per loro.
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La seconda cosa che mi ha fatto riflettere, invece, riguarda direttamente quello che ci viene propinato dalla televisione. Mercoledì scorso, per esempio, spinta dalla curiosità ho ceduto e ho guardato "Fratello maggiore". Ecco, se Le Iene sono a un estremo, o quasi, sulla linea della qualità dei programmi televisivi, sicuramente questa roba è all'altro. Si era parlato di reality (primo punto a sfavore), di format copiato da altri paesi (secondo punto a sfavore), condotto da un pugile reinventatosi grillo parlante che avrebbe aiutato due famiglie con adolescenti problematici a riportarli sulla retta via. Ancora una volta, non ce l'ho fatta ad arrivare in fondo alla puntata. Quello che ho visto è stato un tale girotondo di frasi fatte (e recitate male, perchè a me sembrava proprio tutto finto...), che anche le tre cose giuste che potevano essere finite per caso dentro i loro discorsi finivano per perdersi. E poi, i lieto fine forzatissimi: il diciottenne che picchia la madre e spacca i mobili in casa in pochi giorni si è trasformato in ragazzo modello che riconosce il nuovo marito della mamma e il fratellino come parte integrante della famiglia. La diciannovenne viziata e semi alcolizzata, il cui unico pensiero è fare la modella, diventa una figlia devota (con tanto di lacrime, of course), e il passo è ovviamente brevissimo. Saranno stati i muscoli del pugile, o le sessioni forzate in palestra a sudare (perchè "con la fatica si tirano fuori tutti i problemi"). Fatto sta che a me il tutto ha lasciato grandemente perplessa. L'anno scorso ho fatto sei mesi di tirocinio in una struttura che accoglie ragazzi con segnalazioni da parte dei servizi sociali, per loro o per le loro famiglie. E posso assicurare che in nessun caso si sono lasciati avvicinare con questa facilità da uno sconosciuto per parlare di sè, dei loro problemi e cambiare modo di fare. La strada da fare è molto, molto più lunga, dolorosa e difficile, fatta di passi avanti e di tanti, tantissimi passi indietro. E ridurre il tutto a una messa in scena così superficiale mi suona sbagliato, oltre che controproducente. Queste situazioni ci sono, e può darsi che siano anche più diffuse di quanto crediamo. Ma portare a credere che il mezzo migliore per risolverle sia rivolgersi alla tv mi dà un quadro abbastanza chiaro della nostra epoca. Provo sulla mia pella la scarsa voglia di investire nei servizi di supporto di questo tipo, così che lavorarci diventa un'impresa disperata. Certo che se poi si pensa che, avendo un problema, la cosa migliore sia parlarne in un programma tv piuttosto che coinvolgere un esperto, anche se non famoso, siamo in un vicolo cieco. Ma io non mi rassegno, e per me la soluzione ai nostri problemi continuerà a non essere in un programma televisivo, che sia Striscia la notizia, Le Iene, o chi per loro.
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