"Bisogna tenere duro, tenere duro comunque, con le unghie e con i denti". (D. Pennac)

mercoledì 8 maggio 2013

I muffin sono quasi sempre la risposta al malumore.

In giornate come quella dell'altro giorno, piovose fuori e piene di inconvenienti più o meno gravi, il mio bisogno di sfogarmi in cucina diventa impellente. Quando ho mille pensieri per la testa, e sono preda di un'irritazione non sfogabile contro chi ne è la causa, la cosa ideale sono i muffin.
I miei preferiti sono quelli rubati alla Parodi, ricetta di un'ospite del suo programma: cioccolatosissimi e molto coccolosi da mangiare, danno una gran soddisfazione da cucinare, perchè mi sono venuti al primo colpo e ormai l'unica cosa da migliorare è l'estetica.
Questa volta però avevo voglia di lanciarmi in un esperimento (si vede che i pensieri sono parecchio ingombranti e ho bisogno di concentrarmi per bene su altro..!), quindi ho deciso di tentarne di nuovi.. Non proprio ipocalorici, ma di grande soddisfazione per il gusto. Meno per la vista, perchè in effetti i primi mi sono venuti abbastanza bruttoni: non si erano gonfiati granchè, e il mio umore stava già ulteriormente precipitando. Con il secondo e terzo round invece è andata un po' meglio, per fortuna, forse grazie alla modifica della ricetta in corso d'opera!
Alla fine hanno avuto un grande effetto terapeutico: avevo la testa affollata da pensieri e problemi non risolvibili nè nell'immediato nè solo con il mio intervento; questo era fonte di una frustrazione incredibile: voler fare qualcosa e non potere è insopportabile. Essermi accorta a metà procedimento che la ricetta non stava riuscendo come doveva, fermarmi a riflettere e tentare una soluzione, che poi si è rivelata corretta, mi ha dato una grandissima soddisfazione, facendomi accantonare gli altri guai.
Comunque, ecco il procedimento per questi MUFFIN CON GOCCE DI CIOCCOLATA E GLASSA DI CIOCCOLATO AL LATTE, che nascono in realtà dalla ricetta di una ciambella con gocce di cioccolata, e quindi risultano ben più leggeri dei soliti: non contengono burro nè olio, per esempio, ed è già un ottimo inizio!
Ingredienti per i muffin: 300 gr di ricotta, 300 gr di farina, 200 gr di zucchero, 1 bustina di lievito, 1 uovo (per me sono diventate 2), 125 gr di gocce di cioccolato.
Per la copertura: 150 gr di cioccolato al latte, 50 ml di panna fresca.
Prima di tutto ho sciolto la cioccolata con la panna, in modo che poi avesse il tempo di raffreddarsi. Per l'impasto, la ricetta prevede semplicemente di unire in una terrina tutti gli ingredienti ed amalgamare bene, "finchè l'impasto non risulta soffice". Ecco, io a questo punto mica ci sono arrivata.. Con le dosi qui sopra, mi sono ritrovata una ciotola piena di un miscuglio un po' sabbioso, a cui comunque -impavida- ho aggiunto le gocce di cioccolata. A questo punto, nonostante i presupposti non fossero i migliori, ho comunque tentato la prima infornata (e forse ci si spiega la bruttezza dei primi sei nati). Poco convinta, ho aggiunto un uovo al restante impasto e -MAGIA!- tutt'un altro affare: impasto morbido e soffice, e seconda + terza infornata lievitate (un po' come il mio morale, nel frattempo).
Li ho lasciati raffreddare un pochino e li ho coperti con la glassa, usando una siringa (ho scoperto che la sac à poche non fa per me: mi si affloscia mentre la riempio, mi esce il ripieno, mi si intasa la punta.. con la siringa è proprio molto più facile, per me). Per ultimo, li ho coperti di tutti quei bagagli colorati che mi piacciono da matti (e il cui nome credo sia codette, o palline.. non bagagli, temo.)
Ora, buoni son buoni. Come dicevo all'inizio, devo decisamente migliorare sull'estetica.. Però come primo tentativo non mi dispiace.. e soprattutto, il mio malumore è decisamente migliorato.


lunedì 29 aprile 2013

Cucina terapeutica

E' davvero tanto che non aggiorno il blog. Sarà che i consigli che ti danno da piccola rimangono ben piantati in mente, e quello di mia mamma "se non ha niente di intelligente o carino da dire, piuttosto stai zitta" si è radicato per bene. Fatto sta che non trovavo mai argomenti abbastanza validi per scrivere.
Poi, più d'una persona mi ha dato l'idea di aggiungere al blog una nuova categoria, un argomento che mi appassiona e mi diverte quasi quanto la psicologia, ovvero la cucina.

E' da quando ero piccola che pasticcio tra i fornelli: prima guardavo mia mamma, poi la aiutavo (più che altro, a pulire i tegami dei dolci!), poi ho cominciato - un po' per necessità, poi man mano con vero piacere - a cimentarmi in piatti diversi.
Oggi, cucinare è una dei momenti che mi rimettono a posto col mondo e con me stessa. Credo, in questo, di aver imparato molto da mia mamma. Mi ricordo quando capitava che fosse di cattivo umore, o semplicemente pensierosa, e diceva: "ho bisogno di fare il pane". All'epoca non capivo il fascino che si celava in questo processo, e rimanevo un po' perplessa. Poi, andando a vivere con qualcun'altro, ho scoperto il vero piacere che mi suscita cucinare per gli altri: la lieve tensione nel provare una ricetta nuova, senza sapere come verrà; sbirciare l'espressione dei commensali per scoprire se piace o no; scoprirmi ogni volta contenta nell'assaggiare il piatto e rendermi conto che è buono.

C'è poco da fare, amo il buon cibo. Mi piace assaggiare piatti nuovi, mi piace riscoprire vecchi sapori, e mi piace cucinare. E dopo anni in cui questo mi faceva sentire in colpa (quasi come se la cosa giusta fosse vivere d'aria, quasi come se mangiare e dire a voce alta che mi piace fosse sconveniente), ho deciso che se una cosa mi fa stare bene, e non è illegale, non è sano togliermela. Ovvio, questo implica una perenne ricerca di un equilibrio tra gusto e apporto calorico non eccessivo, ma ne sono consapevole.
E poi, amo proprio il processo. Amo sporcarmi le mani, amo i profumi diversi che si legano insieme, amo vedere gli ingredienti che, da separati, si amalgamano e si fondono e creano qualcosa di nuovo. E soprattutto, amo il fatto che determinati piatti saranno sempre legati ad alcuni ricordi. Ad esempio, il profumo di caffè sarà sempre odore di risveglio a casa dei miei, la mattina. E l'odore del budino al cioccolato mi riporterà sempre alla memoria mia nonna.

Quindi, dato che ormai è noto a chi mi conosce che io cucino determinati piatti in base al mio umore, ho deciso che un nuovo tema del blog saranno le psico-ricette: cominciamo proprio con uno dei dolci-da-nostalgia-di-casa... Il BUDINO DELLA NONNA LEA.
Le dosi sono la cosa più facile del mondo: 1 etto di farina, 1 etto di zucchero, 1 etto di burro, 1 etto di cacao (amaro per le persone normali, zuccherato per i golosi irrecuperabili come me), 1 litro di latte.
Il procedimento è sostanzialmente quello per fare la besciamella: si scalda il latte in un pentolino, e lo si porta a bollore. Nel frattempo si tosta la farina nel burro fuso, finchè non formano un'unica palla. A questo punto si aggiunge, un mestolo alla volta, il latte caldo, mescolando con cura per evitare che si formino i grumi di farina. Finito di aggiungere il latte, si aggiunge lo zucchero, sempre mescolando, e il cacao (se si vuole essere proprio bravi bravi, setecciandolo... io non lo faccio mai: o me ne dimentico, o non ne ho voglia). Si aspetta che prenda il bollore, sempre mescolando, e lo si versa in uno stampo o nelle coppette.
La parte migliore rimane sempre pulire il tegame... E riassaporare alla prima cucchiaiata il profumo di nonna (e di mamma) che mi riempie pancia, naso e cuore.


martedì 28 agosto 2012

Pensieri di un pomeriggio di fine estate

Foto delle vacanze, i soliti servizi dei tg sulle temperature che si abbassano, status che trasudano malinconia nel rientro in città e al lavoro. Ci sono tutti gli ingredienti per decretare l'ormai imminente fine dell'estate.
Con la differenza, per me, che quest'anno non mi mancherà granchè.
Un annetto fa salutavo un'amica che partiva, pensando che presto sarei andata a trovarla.
Un annetto fa mi trasferivo in una nuova casa, in una nuova città, in una nuova vita, piena di speranze e di paure, emozionata, stranita al massimo.
Un anno fa due amici si sposavano, e oggi hanno un bimbo.
In quest'anno si sono viste certezze che hanno scricchiolato e poi sono crollate; altre che si sono consolidate proprio grazie alle difficoltà; amicizie nuove che mi hanno stupito e tenuto a galla; amicizie di lunga data che si sono confermate quello che sono sempre state, indispensabili, nonostante la lontananza; una palla di pelo accolta in casa del tutto all'improvviso, la decisione migliore che potessimo prendere, la prima, vera decisione presa in due.
Per la prima volta la fine dell'estate porta con sè pochissima malinconia, forse per la voglia di cambiare le cose, e per la speranza che l'autunno me ne dia la possibilità. Ricominciare a studiare, farlo con un'amica, sapendo che è un altro passo verso quello che vorrei, prima o poi, riuscire a fare.
E ritrovarsi a pensare ad altre coppie di amici che realizzano i loro sogni, che progettano una vita insieme, che mi fanno pensare "è per persone come loro che continuo ad essere fiduciosa".
Oggi più che mai è tutto nebulosissimo. Ma, almeno per oggi, voglio godermi quella piccolissima dose di ottimismo che ancora c'è in me, allungare la mano, fare due carezze al gatto che dorme di fianco a me e pensare solo al suono delle sue fusa.



venerdì 6 luglio 2012

"Se ti abbraccio non aver paura"

Lunga assenza dal blog, ma continuo a far tesoro di uno dei tanti insegnamenti di mia mamma: se non hai niente di interessante da dire, non parlare. E quindi... Però ho finito questo libro, che mi è piacuto un bel po' e che volevo condividere. Come la maggior parte delle mie letture non tratta un argomento leggero, ma che io abbia "un elevato peso specifico" è noto ai più. Ho letto l'ultima pagina qualche giorno fa, e ho avuto bisogno di un momento per lasciarlo sedimentare, per separarmi dalla storia e dai protagonisti, soprattutto perchè è una storia vera. Magari un po' romanzata, ma vera.
Come tanti, ho visto il servizio su Andrea alle Iene, qualche mese fa. Pare che a metà servizio io fossi a 20 cm dalla tv con gli occhi lucidi e un sorriso da ebete: in effetti, la storia di questo ragazzo e di suo padre mi aveva coinvolto moltissimo, forse perchè mi ricordava in tanti suoi comportamenti un ragazzo che ho conosciuto un annetto fa durante il tirocinio. Insomma, alla fine ho trovato il libro su uno scaffale in un negozio e mi sono decisa a comprarlo. La trama è sostanzialmente il racconto di un viaggio attraverso l'America di un padre col figlio diciottenne, a cui all'età di 3 anni è stato diagnosticato l'autismo. La parte interessante, però, credo che siano più che altro i dettagli, i frammenti di vita quotidiana che emergono dalle varie vicende e il rapporto tra Andrea e suo padre.
Di questa patologia non si sa granchè, io per prima ne so davvero poco. Quel che ho potuto capire, più che altro dalla conoscenza diretta di alcune persone con questa caratteristica, è che il termine esatto, ovvero "spettro dell'autismo", è perfettamente calzante: la varietà di sintomi e di manifestazioni esteriori è davvero grande, tant'è che alcuni comportamenti di Andrea mi ricordano quelli di un ragazzo psicotico più che quelli a cui siamo abituati a pensare. Temo che il film Rain Man abbia una parte di responsabilità, in questo: sentendo la parola autistico la maggior parte di noi pensa in automatico a Dustin Hoffman e alla scena degli stuzzicadenti nel bar. Ecco, non è esattamente così, o meglio, non è così per tutti. All'interno dello spettro autistico rientrano una gran quantità di fattori, tanto che -a voler esagerare- si potrebbe dire che ne facciamo parte un po' tutti, in qualche modo; anche per questo formulare una diagnosi non è mai facile.
La cosa che mi ha colpito di più, comunque, della storia di Andrea sono stati tutti gli interrogativi messi sul tavolo dal padre, Franco. Interrogativi che tendiamo spesso a non porci, concentrandoci sul cercare una diagnosi prima e una cura poi, ma che sono in realtà di estrema importanza.
La sessualità, le manifestazioni di affetto: molti medici hanno detto a Franco che suo figlio, come la maggior parte dei soggetti affetti da autismo, non proverà grande interesse per questa sfera. In realtà, per Andrea non è esattamente così: lo esterna a modo suo, ma l'interesse c'è, cosicchè il padre si trova a dover affrontare un argomento delicato a prescindere, cercando di trovare le parole e i gesti adatti. Perchè, giustamente, ignorare la questione sarebbe inutile se non dannoso.
L'altra grande questione che mi ha turbato è stato l'enorme punto interrogativo sul futuro. Franco si domanda cosa succederà quando lui e la mamma di Andrea non ci saranno più, o non saranno comunque più in grado di stargli dietro. Nell'esperienza che ho avuto con i vari tipi di disabilità, questo è sicuramente il comune denominatore: la paura che prende quando si comincia a immaginare quali prospettive ci possono essere per una persona che dipende interamente da noi, e che non ha prospettive di miglioramento, deve essere davvero profonda. E soluzioni facili, come sempre in questi casi, non ce ne sono.
Questo libro non dà risposte, più che altro a me ha fatto sorgere ancora nuove domande. Ma credo che sia la caratteristica che lo distingue da una favola. Andrea e Franco continuano la loro vita, con i loro rituali e i loro momenti duri: Andrea continua a ridurre in pezzetti microscopici i fogli di carta, quando è nervoso e non si sente a suo agio, e a toccare le pance agli sconosciuti incontrati per caso. Ma ti fa anche capire che oltre la difficoltà di comunicare in modo canonico, c'è un mondo da scoprire, se ci si prova.
"Provo ad impegnare mia mente ogni giorno ma lotto invano mi dispero per mio autismo
Aiuto chiedo"
"Sono un uomo imprigionato nei pensieri di libertà.
Andrea vuole guarire.
Ciao"

domenica 27 maggio 2012

Gli imprevisti e il lusso del potervi far fronte.

Non so neanch'io qual è stato il primo pensiero che mi è passato per la mente quando ho letto le parole che aveva pronunciato Elsa Fornero riguardo all'assistenza alle persone disabili. Già partire dal presupposto difensivo che "non si può pensare che lo Stato sia in grado di fornire tutto in termini di trasferimenti e servizi" non mi pare un gran bell'inizio. Voglio dire, fossimo negli Stati Uniti, dove la sanità è privata, potrei vedere una logica in questo discorso, ma il ministro mi perdonerà se qui io questa logica proprio non la vedo. Chi dovrebbe essere in grado, allora, di aiutarci? Continua poi con una dichiarazione che mi lascia assai perplessa: "Sia il privato che lavora per il profitto sia il volontariato no profit sono necessari per superare i vincoli di risorse. Il privato, in più del pubblico, possiede anche la creatività per innovare e per creare prodotti che aiutino i disabili". Esattamente, vorrei capire da dove ha preso questa convinzione, pesante come una pietra tombale peraltro. In base a quali criteri il privato ha più creatività del pubblico? Risorse, forse sì, ma creatività? Chi stabilisce quanto e come un'organizzazione sia creativa?
Oltre a tutto questo, il mio pensiero è corso istintivamente all'associazione di cui ho fatto parte per tanti anni, "Gli amici di Luca", che ha trovato il modo di affiancare, con una sinergia incredibile, volontari e dipendenti (in parte pubblici, sotto l'ASL di Bologna, in parte dell'associazione), in un progetto che -per quanto sembrasse ambizioso all'inizio- ha saputo crescere e aiutare decine e decine di famiglie, ovvero la Casa dei Risvegli. E, da volontaria, credo che -senza nulla togliere alla passione di chi ci lavora ogni giorno- chi decide di dedicare parte del proprio tempo libero ad attività come queste, regali una forza e una voglia di fare che diventano risorse insostituibili, spesso proprio perchè slegate dall'ottica del guadagno a sè stante.
Al di là di queste considerazioni, puramente personali, mi trovo comunque a riflettere su tutte quelle famiglie che si prendono cura di un parente con disabilità ed esigenze particolari, che spesso richiedono una quantità di tempo e denaro non sempre disponibili. Secondo la logica del Ministro, a chi dovrebbero rivoglersi? "il ruolo pubblico dovrebbe dare credibilità inserendosi nella relazione tra la persona e il mondo assicurativo". In sostanza, o ci si può permettere una copertura assicurativa o niente, lo Stato non può più permettersi di spendere soldi in questi progetti, è questo il succo del discorso?
Ho cercato un'altra chiave di lettura, ma non l'ho trovata, anzi; mi sono sembrate parole terribilmente simili, come impatto, al decreto approvato da Monti giusto un paio di giorni prima del terremoto in Emilia, suonato come una drammatica previsione: "In caso di terremoto, alluvione, o di ogni altra catastrofe naturale, lo Stato non pagherà più i danni ai cittadini. Che, dunque, per vedere la casa o l'azienda ricostruita, avranno una sola strada: ricorrere all'assicurazione 'volontaria' ".
Due notizie diverse sotto tanti aspetti, ma accomunate dalla mia impressione di fondo che neanche questo governo sia in realtà minimamente interessato a chi vive in questo paese. Persone normali, con piccole e grandi tragedie quotidiane, che si sono trovate davanti a degli imprevisti, nella loro vita, e che ora non sanno più come far fronte alla richiesta di un altro piccolo sacrificio. Perchè non ce n'è più, da dare, e non voglio credere che la possibilità di reagire e poter affrontare la disabilità (o le catastrofi) sia diventato un lusso per pochi.


venerdì 27 aprile 2012

Aspettando Godot.

"Vorremmo sposarci", "vorremmo mettere su famiglia", "vorremmo fare un figlio"... Ma. Ho perso il conto ormai di quante volte ho sentito questi discorsi, e il ma finale era sempre lo stesso: non c'è stabilità, non c'è sicurezza, come si fa a fare un figlio se poi non lo puoi mantenere, eccetera. Mi ci sto scontrando in prima persona, in questo periodo. Hai trovato la persona che senti davvero tua, e la frustrazione del non riuscire a far combaciare sogni e realtà è enorme.
Ho deciso di studiare psicologia a 14 anni, dopo un incontro sui disturbi alimentari organizzato dalla mia scuola media. Non mi ricordo neanche come si chiamava, la psicologa che venne a parlarci, ma mi ricordo quanto mi colpì il suo lavoro. E da allora, ho passato i successivi 5 anni di liceo a sognare quella facoltà. Non mi sono mai pentita della mia scelta. Non ne ho dubitato neanche quando un professore, il primo anno, ci ha accolto mettendoci in guardia: "se sperate di guadagnare, avete sbagliato strada. Per quello, al massimo, psicologia del lavoro". Ma non è così facile smorzare l'entusiasmo che cresce dentro da quando sei ragazzina. Adesso mi ritrovo con la laurea che ho sempre voluto, ma senza un lavoro che abbia a che fare con questa. E senza grandi prospettive di cambiamento, per di più. "C'è la crisi", "non c'è lavoro per nessuno", sì, lo so. Ma raramente questo mi consola. Tralasciando i problemi pratici, perchè sono fortunata e ho chi mi supporta, rimane l'amarezza e la frustrazione. E soprattutto, lo smarrimento. La domanda "dove sto andando?" mi rimbomba in mente ogni giorno, scorrendo offerte di lavoro che non sono per me, e che infatti non portano mai da nessuna parte. Ho investito sei anni della mia vita nella preparazione, rendendomi conto man mano di quanto poi poco servisse, in questo campo, prendere 30 agli esami, se poi non hai la possibilità di toccare con mano quello che studi. E adesso, dopo un anno di tirocinio difficile ma bellissimo, mi sento come una bambina a cui hanno fatto assaggiare un dolce e poi l'hanno tolto.
Chiamano i ragazzi della mia età bamboccioni, ci descrivono come mammoni, gente che non ha il coraggio di uscire dalla casa dei genitori. In realtà, io non so cosa darei in questo momento per avere la possibilità di mettermi alla prova e di mettere in pratica quel poco che credo di aver imparato, rendendomi indipendente; ma sembra che non ce ne sia la possibilità. E questo, ovviamente, si ripercuote sulle scelte personali: non puoi comprare una casa, figurarsi se puoi pensare di mettere al mondo un figlio, e ti dici "aspettiamo, dovranno migliorare le cose". E quindi rimani in questo limbo forzato, continui a mandare curriculum che non ottengono risposta, e aspetti, chiedendoti se fai abbastanza, non avendo più idee su che cosa fare ancora, e sentendo crescere ancora di più la frustrazione. D'altra parte, fa sentire un po' meno soli sapere che non è un problema solo mio, che altre migliaia (milioni?) di ragazzi sono nella stessa situazione. Certo, aumenta anche la competizione, ma tant'è.
E allora, continuiamo così. Aspettiamo Godot.


martedì 17 aprile 2012

Non buttiamoci giù

Che cosa porta una persona a decidere che non c'è più speranza? Quale meccanismo profondo e delicato fa sì che qualcuno arrivi a pensare che la migliore, o forse l'unica, soluzione possibile sia quella di togliersi la vita? Una volta, a lezione, un professore ci disse che il suicidio può essere visto come tentativo estremo di indurre sensi di colpa nell'altro, in chi ti sta accanto. In pratica, lo si può leggere come un'accusa del tipo: "non hai saputo aiutarmi, ho dovuto fare da me", oltre che attraverso la chiave più classica della disperata ricerca di attenzione.
Qualunque sia il motivo scatenante, è difficilmente comprensibile la disperazione profonda che deve provare una persona per arrivare anche solo a formulare un pensiero che va contro un istinto molto ben radicato, quello della sopravvivenza. Solitamente, però, alla base c'è un disturbo profondo: spesso si pensa a una depressione, anche se non è detto; molti altri disturbi mentali hanno correlazioni forti con l'ideazione suicidaria (e, di conseguenza, quasi sempre anche con l'atto vero e proprio): il disturbo borderline di personalità, per esempio, o il disturbo bipolare.
Ultimamente, però, ho assistito a un'escalation di notizie riguardanti i suicidi che sembrano avere poco o nulla a che fare con queste categorie diagnostiche. Sembra, piuttosto, che la disperazione scatenante il tutto nasca da un quadro drammaticamente più semplice e sotto gli occhi di tutti: la crisi economica.
Ammetto che questo mi fa molta più paura. Per un motivo molto semplice: lo sento molto più vicino, come problema. Quando studi tutti i disturbi mentali, viene automatico vedere sintomi un po' ovunque, salvo poi recuperare lucidità e realizzare che bisogna essere molto cauti nel formulare una diagnosi vera e propria di un qualunque disturbo. In ogni caso, a meno che uno non abbia conoscenza diretta di persone con problemi del genere (e purtroppo sono sempre più di quanto pensiamo, e spesso anche più vicini di quanto crediamo...), ci si crea -o almeno, a me è capitato così- una sorta di barriera mentale con la quale proteggersi dall'idea che questa possibilità ci tocchi. Ma quando senti di uno, due, dieci persone che si tolgono la vita (quasi sempre lasciando parenti, figli, amici) per la crisi, per la disoccupazione, perchè non si trova un lavoro che sia uno per arrivare alla fine del mese, le domande ti assalgono, e un po' d'ansia si fa sentire. Perchè ti senti simile a loro più che a chiunque altro, perchè a un certo punto non aiuta più per niente il pensiero che "non è un problema solo mio, c'è la crisi", anzi fa arrabbiare, o butta giù, ancora di più. E pensi che magari queste persone erano sole, non avevano quella che viene spesso chiamata la rete di sostegno, non apevano a chi potersi affidare per un aiuto o anche solo un consiglio o uno sfogo. Ma non è sempre così. Queste persone spesso sono padri e madri di famiglia, che hanno amici e parenti, ma che non hanno trovato comunque un'alternativa a un gesto così disperato. E automaticamente, oltre a pensare alla loro diperazione, mi chiedo che cosa farà chi si trova senza un marito, una moglie, un genitore. Oltre al dolore, poi anche alla rabbia e al senso di colpa, si troveranno a fronteggiare problemi enormi che altri non hanno saputo come risolvere.
Senza voler scadere nel facile populismo, capisco che chi cerca di governare questo paese abbia molte altre cose a cui pensare, ma credo che abbia ragione chi parla di allarme sociale, pur tenendo presente l'effetto emulazione che provocano queste notizie.
Se ci sono ragazzi di 25, 26, 27 anni, totalmente disillusi e senza più fiducia nel futuro, loro che magari possono ancora contare sull'aiuto dei genitori, loro che non hanno ancora una famiglia da mantenere, ma che vorrebbero "solo" poter crearsene una, non so immaginarmi l'angoscia che può scatenarsi in chi la famiglia da mantenere ce l'ha, e non sa più come fare.
Voglio credere che ci sia una soluzione alla situazione in cui ci troviamo; ma credo che si debba fare qualcosa, molto più di quello che si sta facendo, e possibilmente in fretta.